¡Mi vida fantastica!

Il mio punto fisso nel mondo che gira frenetico

La destra americana attacca gli jeans “di sinistra”

I jeans della discordia

I jeans della discordia

Riprendo le pubblicazioni del blog dopo un lungo periodo di assenza da pigrizia culturale per parlare di un argomento non politico (vi aspettavate che parlassi di Silvio & Veronica? Magari dopo), ma culturale (anche se con la politica s’ha da fare). Nella patria assoluta del jeans, ovvero gli Stati Uniti d’America, alcuni esponenti della politica conservatrice di destra – ignobilmente battuta nelle recenti tornate elettorali (presidenziali, congresso, governatori e quant’altro) – hanno lanciato una crociata di indubbia utilità contro il simbolo dell’abbigliamento più sciatto ma usato possibile, il blue jeans appunto.

Questo orribile capo d’abbigliamento, che ho da sempre scelto di non indossare per motivi cosiddetti “etici” – o per meglio dire per esacerbare ulteriormente il distacco dalla massa uniforme di “soldati della modisteria” – viene considerato dagli amici conservatori a stelle e strisce come uniforme del nulla, eco della controcultura sessantottina, una pestilenza nazionale e un sintomo di infantilismo nostalgico per un passato agrario che si traduce nella corsa a quelle casette di lontano sobborgo oggi avviate verso l’abisso dei mutui non pagati.

In sostanza, quella che viene lanciata è una crociata dell’educazione all’abbigliamento. Ma forse gli americani, con tutto il rispetto per questa grandiosa macchina democratica, di moda non potrebbero parlare affatto: i completi gessati e le scarpe eleganti che indossa il loro presidente, l’abbronzatissimo Barack Obama, provengono nientepopodimeno che dall’Italia e la first lady Michelle indossa pantaloni “modello Capri” (che non è certo una località balneare californiana). Ma questi sono giusto due esempi di come le alte sfere siano influenzate da un gusto nel conciarsi che di americano ha poco e nulla.

La crociata contro gli jeans è condivisibile e accettabile, ma in un momento come questo, nel quale il presidente democratico ha consensi altissimi, paragonabili a quelli che sventola ogni giorno il nostro Presidente del Consiglio (e che saranno veri? Chissà) ha l’effetto di un boomerang: il voler uccidere forse una delle poche tradizioni ancora salde nel grande paese significa inimicarsi il voto di molti. Chi, poi, nel bel mezzo della crisi economica può permettersi giacche e cravatte da centinaia di dollari – grazie alle alte rendite da politico o giornalista – evidentemente non ha fatto i conti con una fetta della popolazione americana che centinaia di dollari non li ha, e per vestirsi si rifugia negli economicissimi jeans. Se ne trovano di ogni foggia e colore, anche nei supermercati, per alcuni pezzi con sopra l’effige di George Washington o, per quanto ci riguarda, per qualche biglietto grigio.

Se vogliamo uccidere gli jeans, rimandiamo questo genocidio al prossimo boom economico, quando ci saranno abbastanza soldi per capi firmati e scarpe da 540 dollari come quelle di Michelle! (Lei sì che veste come si deve…)

8 Maggio 2009 Pubblicato da stefomec | Barack Obama, Cultura e società, Stati Uniti d'America, USA 2008 | | Ancora nessun commento.

Chi poco sa (Veltroni, degli USA) presto parla (e male)

Devo assolutamente riportare anche ai miei lettori questa notizia che definirla sfiziosa è poco, riportata da Fazioso nel suo blog, e che riguarda l’amatissimo Walterino Veltronino (per dirla alla Ned Flanders). Come tutti saprete, fra due giorni, a mezzodì del 20 gennaio 2009, Barack Obama si insedierà ufficialmente come Presidente degli Stati Uniti d’America. La grandiosa cerimonia, però, è quasi tutta fatta in casa, ovvero non prevede la partecipazione dei leader stranieri, anche se la rappresentanza delle nazioni è garantita dagli ambasciatori.

Ma evidentemente il leader del Partito (poco) Democratico non lo sa, e non ha perso tempo per dire l’ennesima castroneria:

E’ possibile che il governo italiano non sia in grado di farsi rappresentare alla cerimonia da nessuno dei suoi ministri – si chiede – gli stessi che affollano ogni sera i talk show e che non perdono occasione per andare in tv? (Obama day, Veltroni attacca il Governo- da la Repubblica)

Gli risponde Giorgio Stracquadanio, in modo lapidario e coinciso:

Oggi Walter Veltroni non ha mancato l’occasione per l’ennesima brutta figura. Criticare il Governo italiano perché nessun ministro sarà presente alla cerimonia d’insediamento di Barack Obama dimostra la totale disinformazione del leader del Pd. Gli sarebbe bastata una rapida scorsa delle agenzie di stampa di mercoledì scorso per sapere che, per ragioni di sicurezza, le autorità americane hanno invitato alla cerimonia di insediamento solo i capi-missione di tutti i Paesi rappresentati negli Stati Uniti.

E aggiunge poi, con simpatica ironia:

Non è sufficiente essere Mr. Youdem, I care, We can, e così via per dar la prova di conoscere gli Stati uniti. Eppure Veltroni è anche andato di recente a New York… evidentemente tra il Partito Democratico di Barack Obama e il Pd di Veltroni non esiste nemmeno uno scambio di e-mail

Il tracollo dei consensi (20 % di intenzioni di voto, 15,4% di gradimento dell’azione “oppositiva”), la questione morale, l’ascesa di Di Pietro, evidentemente hanno scombussolato la mente di Veltronzio più degli organi di Steve Jobs. Ma si sa, criticare senza sapere, a sinistra, c’est plus facile. Eppure Obama, a detta dell’ex sindaco festaiolo, è un suo caaaaaaaaaro amico. E se vede!

18 Gennaio 2009 Pubblicato da stefomec | 2009, Barack Obama, Cultura e società, Governo Berlusconi IV, Informazione, Partito Democratico, USA, Walter Veltroni | | Ancora nessun commento.

Obama offeso dall’«abbronzato» di Berlusconi? Le solite fandonie della sinistra

No)

Ma Veltroni, a parlare al Congresso come Presidente del Consiglio dei Ministri della Repubblica Italiana, lo vedremo prima o poi? (Suggerimento: No)

Barack Obama e il carissimo popolo statunitense offeso dalle parole del premier Silvio Berlusconi che ha definito il presidente-eletto «abbronzato»? Come al solito, la sinistra prende spunto dalle parole di Berlusconi per innescare polemiche ignobili, inutili e che fanno soltanto male, sputtanando una volta per tutte (se quello che fosse successo nei mesi precedenti non è una dimostrazione già piuttosto valida) le ipotesi di un clima nuovo e di dialogo ipotizzate dal premier-ombra, Walter Veltroni.

Innanzitutto, la macchinazione ordita dal New York Times, giornale che di certo non ama molto i conservatori, che ha raccolto 1.200 (circa) commenti di lettori italiani (e di conseguenza tutti comunisti) che parlavano di Berlusconi come del solito imbecille, della rovina dell’Italia, del problema della democrazia, del nano infame, del criminale, del collusso con la mafia e compagnia bella, dimostra come si sia creato, negli anni, una sorta di comitato di prevenuti contro il quattro volte premier.

Non solo: l’Unità, se possiamo definirlo un quotidiano, dice che «tutto il mondo protesta», ma questi (cazzo) di comunisti, vorrei sapere io, vivono su Marte (cfr. Fascisti su Marte, film satirico peraltro molto ben fatto)? No, perché questa indignazione mondiale proprio non la si vede, né da parte dei governi, né da parte del diretto interessato (Obama, appunto) e né da parte degli americani che l’hanno eletto (o che non l’hanno eletto, ma fa lo stesso).

Mi riferisce la mia amica Alessandra, che si trova in Texas fino a gennaio grazie al progetto Intercultura, che i suoi genitori americani, nonché la famiglia in genere, si sono fatti delle salutari risate alle parole del premier, scherzandoci pure su. Il che significa che la battuta, seppure piuttosto trita e ritrita (l’associazione abbronzato = nero è vecchia), non ha certo alcuna connotazione offensiva, ma è piuttosto a joke che fa indignare solo la nostra sinistra, priva del senso dello humour ma soprattutto talmente imbecille che, invece di fare i compiti che il loro inutile governo ombra si era prefisso, trova ogni pretesto, anche il più minuscolo, per scatenare dei flame che nuocciono solo alla loro immagine.

A dimostrazione della tesi, i dati sempre favorevoli sulla fiducia degli italiani al Governo, l’azione di Governo e al premier Berlusconi (nonostante le impopolari decisioni sulla scuola primaria e secondaria, che io stesso non esito a criticare), e i dati sempre più ridicoli di un partito che, se continua ad affidarsi ad un leader come Walter appunto, non vedrà le poltrone di Palazzo Chigi neanche al Tg1, visto che non avrà mai i numeri per governare, almeno di infruttuose alleanze con l’estrema (terrorista, antiamericana e grottesca) sinistra, che l’elettorato del 13 e 14 aprile scorso ha provveduto finalmente a scaraventare fuori dal Parlamento, dopo 60 anni.

Nota bene: per quanto questo post assuma dei caratteri politici e difenda l’ironica battuta di Berlusconi, non è da intendersi come idolatria nei confronti del premier, come qualche lettore incauto e prevenuto possa (con errore) pensare, ma come un post di commento

8 Novembre 2008 Pubblicato da stefomec | Barack Obama, Cultura e società, Governo Berlusconi IV, Informazione, Italia, Partito Democratico, Politics, Silvio Berlusconi, Stati Uniti d'America, Walter Veltroni | | 6 Commenti

Auguri, Presidente Obama!

Il nuovo Presidente degli Stati Uniti dAmerica, Barack Hussein Obama

Il nuovo Presidente degli Stati Uniti d'America, Barack Hussein Obama

Barack Obama, oltre le più rosee previsioni, ha nettamente vinto le elezioni ed è così diventato il 44° Presidente degli Stati Uniti d’America. Un cambiamento che gli USA e il mondo intero aspettavano, volevano, chiedevano e hanno ottenuto. Un giovanissimo presidente (l’avversario John McCain ha ben 25 anni di più) che porterà un’aria fresca e nuova alla Casa Bianca. I messaggi di auguri e di congratulazioni si sprecano, da Silvio Berlusconi a Papa Benedetto XVI (giusto per citare due capi di Stato a noi più familiari), con l’auspicio comune che questo presidente possa inaugurare un clima di serenità e pace che in otto anni di presidenza George W. Bush non solo sono mancati, ma i pochi residui che c’erano sono scomparsi sotto le bombe che hanno devastato l’Iraq, l’Afghanistan e il Pakistan.

Il Partito Democratico, che disponeva alla House of Representatives di una buona maggioranza, l’ha ulteriormente ampliata grazie al voto di ieri, mentre al Senato, nel quale la situazione era di 49 repubblicani e 49 democratici (+2 indipendenti), gli obamiani sono arrivati a quota 56, senza però raggiungere (almeno per il momento, il Congresso è sempre così movimentato) la quota 60, che avrebbe permesso di governare senza il pericolo di ostruzionismo repubblicano.

Complimenti, comunque, a McCain e Sarah Palin, che hanno condotto una interessante campagna elettorale, e che avrebbero anche potuto vincere, se non fosse stato per la pesantissima ed impopolare eredità lasciata da Bush, e altri complimenti sempre a McCain per il discorso post-risultati con il quale ha ammesso la sconfitta e si è congratulato con Obama. Altro che le bagarre italiane!

Auguri, inoltre, al senatore Joe Biden, che assumerà il 20 gennaio 2009 l’incarico di vice-presidente. Dopo un bel po di tempo, si rivede a Washington un politico cattolico.

Aneddoto: John Fitzgerald Kennedy, finora l’unico presidente cattolico che la storia americana ricordi, alcune settimane prima di morire disse: Fra 40 anni verrà eletto un presidente afroamericano (cfr. Corriere della Sera del 5/XI/2008). Aveva ragione.

Auguri, Presidente Obama!

5 Novembre 2008 Pubblicato da stefomec | Barack Obama, Politics, Stati Uniti d'America, USA 2008 | | 2 Commenti

USA 2008: le TV al servizio dello spot di Obama, la CNN no

Barack Obama, sarà il prossimo presidente o no?

Negli USA saranno le ore 20:00 (in Italia, seguendo come riferimento l’ora di New York, le 02:00 am CET), quando i principali network trasmetteranno una mezz’ora di spot elettorale per convincere quei (non) pochi indecisi a votare, finalmente, per il tanto decantato cambiamento promosso da Barack Obama. Una spesa folle, quantificata in qualche milione di dollari, per pagare Davis Guggenheim, già regista di Una scomoda verità, il film sui cambiamenti climatici prodotto dall’ex candidato alla presidenza degli Stati Uniti d’America, l’altrettanto democratico Al Gore.

In mezz’ora, dicevamo, il senatore afroamericano dell’Illinois, che pur gode di un buon vantaggio (l’ultimo sondaggio congiunto Zogby/Reuters assegna ad Obama ben 7 punti di vantaggio su John McCain) cercherà di fare di tutto, temendo evidentemente gli effetti del Bradley effect (di cui vi ho parlato qui) per consolidare la sua maggioranza e accaparrarsi ulteriori elettori tra gli indecisi e gli indipendenti. Mezz’ora, 30 minuti, di una trita e ritrita american life: le mie origini, la mia carriera politica, quanto amo la bandiera, quanto odio il fatto di dover pagare le spese mediche (uno dei problemi che, sia Obama che McCain dovrebbero risolvere definitivamente), quant’è bello sedersi intorno al tavolo della cucina, specialmente nel Thanksgiving Day (gli italofoni lo ricordano meglio come Giorno del ringraziamento, in onore di Dio che ha donato ai Padri Pellegrini la magnifica terra dell’America). Insomma, le solite, solitissime storielle, che sembrano uscite dal cilindro di un repubblicano tradizionalista e conservatore più che da un democratico riformista quali, appunto, si fa chiamare Obama.

A trasmettere il “filmato” saranno le emittenti NBC, CBS e FOXnews, ma non la ben più importante CNN, che ha preferito usare gli spazi in prima serata per mantenere la sua programmazione costante sulle elezioni, piuttosto che accettare una cospicua somma (circa 1mln di dollari) per mandare in onda la mezz’ora elettorale.

Per contrastare l’Obama effect, comunque, il 72enne veterano della Guerra del Vietnam nonché senatore dell’Arizona McCain sfodera alcune deliziose (o meno) carte:

  1. Accusa Obama di essere amico dei palestinesi: In un’intervista a Radio Mambi di Miami, il senatore dell’Arizona – che nelle settimane scorse aveva definito Obama «il candidato di Hamas» – ha denunciato i suoi legami con «un portavoce dell’Olp», Rashid Khalidi, peraltro un moderato. (v. Obama in tv per convincere tutti, Corriere della Sera – 29 ottobre 2008)
  2. Si avvale della “collaborazione” di Joe the plumber (l’idraulico): sicuramente molti di voi hanno sentito parlare, in queste settimane, della curiosa figura di Joe, l’idraulico simbolo dell’uomo medio bianco americano orgoglioso della patria e del baseball (una rivisitazione in chiave non-gialla di Homer Simpson) che ha dato il suo appoggio al candidato repubblicano, scagliando contro Obama frasi del tipo: «Votare per Barack Obama significherebbe la morte d’Israele»
  3. Usa lo spauracchio delle tasse (ve ne ho parlato nel post linkatovi precedentemente)

Nel frattempo, comunque, gli ultimi sprazzi e le ultime idee della nervosissima campagna elettorale continuano, e di pari passo continuano i sondaggi. Per questo, mi preme tenervi informati sugli ultimi dati, e per farlo utilizzerò l’istituto Gallup, che mi ispira maggiore fiducia. Veniamo ai dati:

  1. Registered voters (elettori registrati): Obama recupera l’1% e si assesta al 51%, McCain perde l’1% e si assesta al 42%. Differenza: 9%
  2. Likely voters expanded (elettori “abituali”- sondaggio largo) : Obama fermo al 51% e McCain fermo anch’esso al 44%. Differenza: 7%
  3. Likely voters traditional (elettori “abituali” – sondaggio normale): Obama si ferma al 49%, come ieri, ma McCain perde l’1%, tornando al 46% (era al 47%). Differenza: 3%

Nota bene: dati aggiornati alle ore 13.00 Eastern Time (ore 19:00 CET) del 29-10-2008

Brevemente, riportiamo anche i dati di Reuters/C-SPAN/Zogby, che vedono in recupero Obama, il quale si assesta nuovamente sopra al 50% (50,2%) dopo che ieri era al 49,1% (+1,1%) , mentre McCain scende al 43,3% (-1,1%).

Insomma, la lotta è dura, i sondaggi ci dicono Obama, ma forse non sarà così, e manca davvero poco al fatidico martedì 4 novembre. Chi vincerà? Partecipate al sondaggio Obama-McCain sul precedente post dedicato all’argomento e fate sentire le vostre opinioni!

30 Ottobre 2008 Pubblicato da stefomec | Barack Obama, John McCain, Politics, Stati Uniti d'America, USA 2008 | | 1 Commento

Adesso Barack Obama ha paura…di perdere le elezioni

John McCain, il senatore che voleva diventare presidente

Il 4 novembre si sta avvicinando. E si avvicina anche, capovolgendo tutte le più rosee aspettative dell’elettorato democratico, la sempre più probabile vittoria di John McCain (in foto).

L’ultima rilevazione dell’istituto di sondaggio Gallup sui Likely Voters ha difatti sancito il forte recupero di McCain su Barack Obama; i due, difatti, sono distanziati del 2%, con il senatore dell’Illinois in vantaggio – ma stabile – al 49% e il collega dell’Arizona al 47%.

Sembra sempre più forte, dunque, il cosiddetto Bradley effect (o “Effetto Bradley” per gli italofoni); chi o cos’è Bradley? Cercherò di spiegarvelo brevemente: dal 1973 al 1993 il sindaco di Los Angeles fu Tom Bradley, un uomo di colore (come Obama, appunto) che nel 1982 decise di tentare il grande passo, ovvero la candidatura a governatore della California. Nonostante tutti i sondaggi lo dessero in fortissimo vantaggio sullo sfidante – bianco -, Bradley non riuscì a vincere le elezioni. Evidentemente, quindi, una buona parte dell’elettorato, che pur aveva ammesso ai sondaggisti di voler votare black, non resistì (intolleranza pigmentaria?) e votò white.

Per questo, si “teme” che anche l’elettorato moderno del 2008, che ha già cominciato a votare (negli USA si può infatti votare anche prima, sia nei “polls” che tramite posta, come hanno fatto il presidente uscente George W. Bush e signora) e che voterà il 4 novembre, abbia mentito ai sondaggisti, dicendo di voler votare Obama per poi preferire, all’atto del voto, McCain.

Fatto sta che i vari slogan dell’afroamericano Obama (Yes, we can! Change we need o cose simili) sembrano sempre meno intensi, mentre l’esperienza di McCain, la tradizione di un candidato tradizionale e solidamente repubblicano, nonché lo spauracchio del presidente democratico che aumenterà le tasse a tutti sembrano spostare l’ago della bilancia verso una posizione che uno-due mesi fa sembrava del tutto improbabile.

A mio modesto avviso, preferisco non esprimermi troppo su chi preferirei votare, anche se sceglierei Obama per il messaggio fresco e di speranza che lancia e McCain per la tradizione e per una certa simpatia che mi ispira.

Ma voi, chi scegliereste? Obama o McCain? Partecipate al sondaggio che trovate qui sotto e commentate, commentate numerosi!


29 Ottobre 2008 Pubblicato da stefomec | Barack Obama, Cultura e società, John McCain, Stati Uniti d'America, USA 2008 | | 1 Commento

«Yes, we can!» Sì, possiamo offendere il veterano McCain

Barack Obama come Beppe Grillo? A giudicare dal suo ultimo spot, il confronto non potrebbe essere più simile. C’è chi offende di qua, chi offende di là, e compagnia bella…

Lo spot ironizza sull’incapacità di McCain di stare al passo con le nuove tecnologie e sul fatto che “non sa mandare una email”. Ma la stampa americana ha sottolineato che c’é un motivo per cui non può farlo: le sue dita portano i segni delle torture subite nelle prigioni nordvietnamite. (Voto Usa, spot Obama a rischio gaffe, ANSA)

Nel nuovo spot elettorale, a quasi un mese e mezzo dalle elezioni che, finalmente, dopo 8 anni riconsegneranno agli Stati Uniti d’America un nuovo Commander in Chief, il candidato del Yes, we can! si scopre un buzzurro. Per raccogliere un consenso che sembra sempre più lontano dal condurlo alla Casa Bianca, accusa il suo avversario di non avere dimestichezza con il mondo del Web, di non saper usare internet e di non avere le capacità necessarie per inviare una e-mail. E in fondo in fondo, a 72 anni, è quasi comprensibile. Ma non è questo il punto: magari il veterano della Guerra in Vietnam il piccì lo sa anche usare, ma non può, e l’ANSA ci spiega il motivo con più chiarezza nel paragrafo successivo:

[Il Los Angeles Times, n.d.r.] ha sottolineato che McCain non può usare tastiere di computer per le conseguenze delle molteplici fratture e di varie forme di tortura subite in cinque anni e mezzo passati all”Hanoi Hilton’, famigerata prigione vietnamita, dopo essere stato catturato a seguito dell’abbattimento del suo caccia. McCain, tra l’altro, non può sollevare le braccia oltre un certo punto e ha vari problemi di mobilità.

Ecco. Ma allora, dov’è finito il tanto decantato rispetto per i veterani delle guerre combattute dagli USA, che in teoria è quanto di più simile ad un diritto costituzionale (sì, la Costituzione, quella che in Italia non sanno neanche essere composta di 139 articoli e 18 disposizioni transitorie e finali, ma lasciamo perdere), e che ogni americano deve avere? Sì, in amore e in guerra (politica) tutto è lecito, ma finché ci si da del vecchio e del giovinastro, passi, ma quando si lede la persona, una persona che ha servito il suo paese anche a costo della vita, bisogna fare un passo indietro. Ma che dico?! Bisognerebbe fare un passo indietro, perché in Italia chi muore nelle missioni di peace keeping è il bersaglio preferito degli anarco-insurrezionalisti (si legga anche amici di Bertinotti, Grillo, Veltroni, D’Alema, Di Pietro, Vendola, e chi più ne ha più ne metta) e dei coretti deliziosamente bastardi come l’ormai famoso 10, 100, 1000 Nassiriya, che solo a pensarlo mi fa correre i brividi lungo la schiena.

Ma si sa, il rispetto per i «matusa» è roba sorpassata, e del resto, il mondo «Non è un paese per vecchi», citando il titolo di un recente film da Academy Awards, se non vado errato.

13 Settembre 2008 Pubblicato da stefomec | Barack Obama, Beppe Grillo, Cultura e società, John McCain, Stati Uniti d'America | | 4 Commenti

USA 2008: a meno di 5 mesi dalle elezioni, cosa vogliono gli americani?

Conclusasi la lunghissima fase delle primarie, sia del GOP che del DP, e scelti i candidati alla presidenza, rispettivamente John McCain e Barack Obama, ci si avvia verso le convention che investiranno definitivamente i candidati, e verso il 4 novembre. Mentre in Italia ripenseremo alla Festa delle Forze Armate, giorno di festa nazionale, abolita tempo addietro (ma anche a San Carlo Borromeo, co-patrono di Milano e patrono di Arona, Rocca di Papa e svariate altre città), negli Stati Uniti d’America si eleggerà il successore di George W. Bush. Che sia Obama, che sia McCain, si aprirà, per dirla alla Veltroni, una stagione nuova per il paese.

Anzi, non passiamo subito alle conclusioni affrettate: la stagione nuova si aprirà solo con Obama. Superate le diffidenze iniziali, dobbiamo riconoscere al senatore nero dell’Illinois molte qualità:

  1. è giovane: sì, Obama è giovane, ha 46 anni, ne avrà quarantasette quando, forse, assumerà l’incarico agli inizi di gennaio 2009. Un uomo giovane ha tanti anni davanti, e soprattutto Obama ha un quarto di secolo in meno sulle spalle di McCain, che ha 71 anni, ben portati, peraltro.
  2. Ha carisma: Obama ha carisma, è il JFK dei tempi moderni, seppure non è cristiano cattolico o “bianco”.
  3. Obama è di colore: da sempre, la gente di colore è sottovalutata, maltrattata, spesso sottoposta a vergognose discriminazioni razziali da parte delle criminose forze di polizia statunitensi. Il popolo nero è giunto ad un punto di svolta: può eleggere “uno di loro”, e non al Senato, ma alla Presidenza degli Stati Uniti d’America, alla White House, a Washington D.C.
  4. Obama non è una donna: purtroppo la candidatura di Hillary Clinton è fallita soprattutto per il fatto che fosse donna; la mentalità della gente è molto indietro. Ed è un peccato che abbiano perso questa occasione, gli americani, perché si vantano di essere uno stato moderno, una democrazia giovane e fresca, e poi si fermano alla divisione uomo-donna. Del resto, ci sono tante altre nazioni con un presidente o capo di governo donna: Argentina, India, Irlanda, Regno Unito, etc.etc.

Finita l’elencazione delle qualità di Obama, passiamo all’elencazione dei vantaggi e svantaggi di John McCain:

  1. McCain è il classico americano: McCain rappresenta il classico americano, amante dello sport e della vita tranquilla, amante delle armi, il vicino di casa, nostalgico dei “bei vecchi tempi andati”, un’incrocio tra Abe e Homer Simpson, diciamo.
  2. McCain ha esperienza: il vecchio John ha 71 anni, come Silvio Berlusconi. Sono uomini che hanno visto la Seconda Guerra Mondiale, sono nati un quarto di secolo prima di Obama, hanno più esperienza dei giovani, e hanno vissuto nelle varie epoche storiche.
  3. McCain è bianco: molti elettori, anche democratici, non vedono di buon occhio le persone di colore. Dunque, pur tradendo il proprio credo politico, preferiscono votare repubblicano bianco, rispetto a democratico nero. Per questo la Clinton è andata avanti, fino alla fine, ma senza successo.
  4. McCain è vecchietto: appunto, il vecchio John ha 71 anni. Insomma, Bush ne aveva 20 di meno quando è divenuto presidente, il padre (George Herbert) non ne aveva 71, è raro che venga eletto un presidente così avanti con gli anni. Chi aspira, sia in campo democratico che repubblicano, ad una svolta, non andrà a votare un presidente “vecchio”.
  5. McCain non prende le distanze da Bush: in 8 anni di amministrazione Bush, sono successe le peggiori disgrazie che la storia ricordi: l’escalation del terrorismo, con l’11 settembre in primo piano, la guerra in Iraq ed Afghanistan, la crisi dei mutui subprime, l’incontrollato aumento del costo del petrolio, e tutte le sue ripercussioni, 3 milioni di lavoratori spediti a casa a causa della crisi economica, e tante altre ancora. O McCain impronterà la campagna elettorale del GOP sul cambiamento, oppure non prenderà che il suo voto, quello della famiglia Bush e quello della giovane ed intrigante moglie.

Abbiamo concluso anche con McCain. Ma ora, cosa vogliono gli americani dal prossimo presidente, cosa vogliono vedere realizzato, quali diritti vogliono acquisire? Vediamo i principali:

  1. Sanità per tutti, non per i ricchi: il Servizio Sanitario Nazionale USA è un sistema FASCISTA, criminale, vergognoso. Negli ospedali, che sono delle S.p.A., possono essere curati solo coloro che hanno una assicurazione sulla vita che paga, oppure chi paga direttamente in contanti. Peccato che su 300 mln di persone, ben 50 (specialmente negli stati del sud) vivono in condizioni economiche precarie. A questo proposito, la trama dell’episodio dei Simpson Il triplice Bypass di Homer la dice lunga.
  2. Diminuzione del costo della vita: anche i “ricchissimi” americani cominciano a vacillare dinanzi all’aumento del costo della vita. La benzina costa “ben” 80 centesimi al litro (sì, qui costa il doppio, ma per loro 80 centesimi è uno sproposito), il latte aumenta, tutto aumenta, e la fascia di gente sotto la soglia di povertà aumenta. Lo stato dunque è chiamato a trovare le soluzioni più efficaci per risolvere la crisi, una crisi che sta lentamente portando verso la stagflazione, ovvero la stagnazione dell’economia (crescita del PIL molto bassa) e l’aumento dell’inflazione (“il costo della vita”).
  3. Ambiente in pericolo: Bush non ha ratificato Kyoto, gli USA sono il primo paese al mondo per consumo di greggio, e dunque l’inquinamento galoppa. McCain ha proposto la costruzione di 45 nuove centrali atomiche entro il 2030, che libereranno in gran parte il paese dalla schiavitù del greggio, ma non è l’unica cosa da fare. L’interesse di pochi non può condizionare la vita del pianeta. Ci vuole un colpo di reni forte, bisogna liberarsi di coloro che pensano solo alla saccoccia, e ridare alla Terra la salute che le è stata tolta, prima che sia troppo tardi.
  4. Non sprecare i soldi nelle missioni spaziali: come già detto, il denaro è sempre al centro di tutto. Il denaro manca, scarseggia nei bilanci privati e statali, e quindi, qual’è la necessità di spendere 500 milioni, 1 miliardo, svariati miliardi di dollari per mandare in orbita stazioni spaziali orbitanti, shuttle, missili, satelliti, novelli conquistatori della Luna? Nessun pianeta del Sistema Solare può ospitare la vita, dunque, non cerchiamo la vita altrove, ma spendiamo questi soldi per rimettere in sesto il pianeta.
  5. La questione etica ed economica della pena di morte: crescono gli obiettori di coscienza nei confronti della pena di morte. Ma non è solo questo. I vari bracci della morte, e le iniezioni letali costano caro e sono colpi di frusta sulle martoriate casse statali. Per questo, in California, il golden state, si discute di abolire la pena capitale, al fine di risparmiare qualche centinaia di milioni di biglietti verdi. Ma non è solo la California: il malcontento cresce, e l’ONU ha approvato la moratoria sulle esecuzioni. Il Palazzo di Vetro si trova, guarda caso, a New York City. Mentre in casa propria 104 nazioni dicono basta alle uccisioni legalizzate, noi continuiamo ad ammazzare? Incongruente, economicamente deleterio, eticamente sbagliato.

Credo che i cinque punti sopra (se mi verranno in mente altri problemi, li aggiungerò alla lista) riassumano la situazione, neanche troppo rosea, dei cari americani. Questa nazione giovane, che in neanche 200 anni si è imposta come maggiore potenza al mondo, ha bisogno di una svecchiata, una restaurazione completa. Il palazzo, signori miei, sta cadendo a pezzi. La soluzione non è una mano di tinta, che poi viene giù inesorabilmente insieme alle macerie, ma montare i ponteggi, togliere il vecchio e sostituirlo col nuovo. Solo così il palazzo riacquisterà la gloria che lo contraddistingueva appena costruito.

3 Luglio 2008 Pubblicato da stefomec | Barack Obama, Commercio, Cultura e società, Giustizia, Informazione, John McCain, Politics, Stati Uniti d'America | | 5 Commenti